Changri
Nup Glacier Monitoring Expedition |
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| HIMALAYA |
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APPROFONDIMENTI |
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| 1°
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| LA
MISSIONE SCIENTIFICA DELL'UNIVERSITA' DI BRESCIA IN
NEPAL. LA "CHANGRI NUP GLACIER MONITORING EXPEDITION" |
| Gaetano
Carcano, Matteo Sgrenzaroli, Giorgio Vassena, Alberto
Arenghi – (settembre 1998) |
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| DALLE ALPI ALL'HIMALAYA. UNA TERRA
SENZA GHIACCIAI ? |
| Claudio
Smiraglia – (settembre 1998) |
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| 3°
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| MONTE
EVEREST E K2: QUAL E' LA CIMA PIU' ALTA DEL MONDO |
| Giorgio
Poretti – (settembre 1998) |
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| LE
MODERNE TECNOLOGIE DI POSIZIONAMENTO SATELLITARE FINALIZZATE
AL RILEVAMENTO DEI GHIACCIAI HIMALAYANI |
| Gaetano
Carcano, Matteo Sgrenzaroli, Giorgio Vassena –
(settembre 1998) |
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| 1°
- LA MISSIONE SCIENTIFICA DELL'UNIVERSITA' DI BRESCIA IN NEPAL.
LA "CHANGRI NUP GLACIER MONITORING EXPEDITION". |
| Autori: Gaetano Carcano, Matteo
Sgrenzaroli, Giorgio Vassena, Alberto Arenghi |
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L' inizio di una ricerca scientifica è
come l'inizio di un avventuroso viaggio ricco di incognite e
di imprevisti. Quello che si descriverà in questo articolo e
in quelli che seguiranno vuole essere un resoconto di questo
viaggio, degli spunti scientifici che l'hanno originato, delle
tematiche ad esso connesse e piu' ancora una cronaca diretta
di una spedizione il cui terreno di ricerca sarà l'Himalaya
con i suoi remoti ghiacciai. La spedizione scientifica "Changri
Nup Glacier Monitoring Expedition" (spedizione per il monitoraggio
del ghiacciaio Changri Nup) nasce da un'idea del Prof. Claudio
Smiraglia dell'Università degli Studi di Milano, presidente
del comitato scientifico del CAI, in collaborazione con l'Ing.
Giorgio Vassena, ricercatore presso l'Università degli Studi
di Brescia, il Prof. Giacomo Casartelli, membro del Comitato
Glaciologico Italiano e gli Ingg. Matteo Sgrenzaroli e Gaetano
Carcano del JRC (Joint Research Center) Centro Comune di Ricerca
Cee di Ispra, al fine di definire delle nuove metodologie di
rilevamento con cui affrontare lo studio dell'evoluzione degli
estesi ghiacciai himalayani. Lo studio dei ghiacciai nasce dall'interesse
scientifico di monitorare un elemento fondamentale del paesaggio
montano, fonte di importanti riserve idriche e in grado di modificare,
con la sua continua evoluzione, l'ambiente di importanti porzioni
di territorio. Il regresso delle masse glaciali nell'ambiente
alpino registrato negli ultimi anni, pone una serie di interessanti
interrogativi, in particolar modo circa l'entità del ritiro
e la stima del tempo di sopravvivenza dei singoli ghiacciai.
La comunità scientifica cerca inoltre di comprendere se i fenomeni
a cui stiamo assistendo siano limitati nel tempo e di tipo locale,
se riguardino cioè solo un settore delle Alpi o tutto l'arco
alpino e se siano rilevabili anche in altre catene montuose.
Dopo anni di esperienza sui ghiacciai alpini grazie alla spedizione
scientifica "Changri Nup Glacier Monitoring Expedition"
si avrà la possibilità di studiare in Himalaya un ghiacciaio
di alta quota con moderne tecnologie di rilevamento, dando un
contributo importante alla risposta a tali quesiti. L'obiettivo
fondamentale di questa spedizione è quello di effettuare un
rilevamento del ghiacciaio Changri Nup. Si porrano inoltre le
basi metodologiche per effettuare negli anni un monitoraggio
delle variazioni di un ghiacciaio posto in ambiente himalayano.
Il ghiacciaio Changri Nup si trova alle pendici del monte Everest
ed è un confluente laterale del ghiacciaio Khumbu, che, solcando
l'omonima vallata, dal monte Everest scende verso sud per più
di 10 km. Lo Changri Nup è un ghiacciaio di dimensioni limitate,
circa 2 chilometri quadrati, che si presta particolarmente a
studi scientifici grazie alla morfologia semplice e per la vicinanza
alla così detta "piramide", il laboratorio di ricerca
d'alta quota del Consiglio Nazionale delle Ricerche Italiano
situato a 5050 metri. Tale struttura in vetro e alluminio, progettata
e costruita a Brescia, fu realizzata tra il 1989 e il 1990 all'interno
del progetto Ev-K2 CNR avviato due anni prima dal Prof. Ardito
Desio al fine di rideterminare le altezze di Everest e K2.
Per la sua vicinanza al laboratorio di ricerca il ghiacciaio
Changri Nup è gia stato visitato anche negli anni 1994, 1995,
1996 e 1997. Durante tali indagini furono effettuate misure
di posizione della fronte del ghiacciaio e di variazione dello
spessore della coltre ghiacciata grazie all'impiego di alcune
aste di ferro, della lunghezza di circa 3 metri, conficcate
nel ghiaccio mediante opportune trivelle. Tale procedura, che
fa uso di tali aste metalliche infisse nel ghiaccio, gergalmente
chiamate "paline", permette di stimare, tramite la
misura della lunghezza della porzione di asta affiorante dal
ghiaccio, il valore dell'ablazione giornaliera o stagionale
sulla superficie ghiacciata. Gli otto membri della spedizione
sono: l'Ing. Giorgio Vassena, ricercatore presso la Facoltà
di Ingegneria dell'Università degli Studi di Brescia, esperto
in rilievi topografici di precisione, gli Ingg. Gaetano Carcano
e Matteo Sgrenzaroli ricercatori presso il Centro Comune di
Ricerca di Ispra, esperti in Remote Sensing, il Prof. Giacomo
Casartelli esperto glaciologo del Servizio Glaciologico Italiano,
Roberto Sgrenzaroli, logista della spedizione ed i trekkisti
Luigi Ratti, Francesco Riccardi ed Ettore Rossi. I componenti
della spedizione"Changri Nup Glacier Monitoring Expedition"
lasceranno l'Italia il 18 settembre per Kathmandu, la capitale
del Nepal e 3 giorni più tardi, con un volo interno, raggiungeranno
Lukla, un villaggio posto a 2866 metri di quota nella regione
del Solu Khumbu dove hanno inizio le piste e i sentieri che
portano alle pendici del Monte Everest. Da Lukla saranno necessari
circa 7 giorni di cammino, lungo la valle del Khumbu, per raggiungere
la piramide del CNR il giorno 26 settembre. La durata del percorso
è studiata in modo da garantire un graduale acclimatamento dei
componenti della spedizione, necessaria per i gravi rischi in
cui un fisico non allenato può incorrere in alta quota dove
l'ossigeno è notevolmente rarefatto. Sbalzi troppo bruschi di
altitudine possono infatti provocare, oltre i 3500 e i 4500
metri di quota, l'insorgere di una sindrome denominata mal di
montagna acuto, che nelle sue forme più gravi, cioè quando evolve
in edema polmonare o celebrale, può provocare anche la morte.
Lungo il tragitto da Lukla alla piramide di ricerca, la spedizione
si avvarrà, per il trasporto della strumentazione scientifica
e di gran parte del materiale personale, dell'aiuto di alcuni
portatori, denominati solitamente "Sherpa", dal nome
della popolazione locale da cui in gran parte provengono. Questo
popolo d'alta quota occupa le regioni centrali e orientali del
Nepal ed è considerato tra i più forti e democratici popoli
della terra. Sebbene siano conosciuti soprattutto per le loro
imprese come guide e portatori di alta quota, gli sherpa erano
originariamente commercianti, pastori o contadini. Il trekking
si snoderà tra i centri abitati di Pakding, Namche Bazar, il
villaggio di Thyampoche, dove sorge l'omonimo monastero buddista,
e Periche, penetrando poi nelle regioni disabitate dell'alta
valle del Khumbu, ormai oltre i 4000 metri di quota. Una volta
giunti alla piramide del CNR, situata a quota 5050 metri in
una valletta laterale del Khumbu e protetta dall'imponente morena
del grande ghiacciaio, saranno indispensabili alcune giornate
per completare l'acclimatamento e la preparazione di tutto il
materiale necessario per le operazioni di misura topografica.
Come detto l'obiettivo fondamentale di questa spedizione è quello
di effettuare un rilevamento del ghiacciaio Changri Nup, la
cui fronte è posta a circa 5 ore di cammino dalla piramide di
ricerca. Per effettuare tale lavoro verranno utilizzati antenne
e ricevitori satellitari (forniti da NIKON ITALIA) denominati
GPS, Global Positioning System, (sistema di posizionamento globale),
una moderna tecnologia per la determinazione delle coordinate
di punti sulla superficie terrestre. Questa metodologia permette
di determinare la distanza tra punti mediante la ricezione di
segnali provenienti da satelliti in orbita ad una quota di circa
20.000 chilometri, appartenenti ad una costellazione di 24 satelliti
posizionati lungo 3 orbite inclinate di circa 55 gradi sul piano
equatoriale. La misura della posizione relativa dei punti è
effettuata con una precisione dell'ordine del centimetro; tale
precisione di misura può però essere raggiunta solo attraverso
una adeguata elaborazione dei dati registrati e mediante l'impiego
di programmi specifici per elaboratori elettronici. Nato negli
Stati Uniti negli anni '70 per scopi militari il GPS è stato
reso disponibile da alcuni anni per usi civili e risulta molto
utile sia per studi scientifici sia per le campagne di rilievo
del territorio. E' noto che i ghiacciai non sono un elemeno
statico ma si spostano sotto la spinta del ghiaccio posizionato
nel bacino di accumulo posto a monte; grazie alla possibilità
data dal GPS di misurare con precisione le distanze tra punti,
è anche possibile misurare la variazione della distanza tra
un punto fisso esterno al ghiacciaio e alcuni vertici posti
sul ghiacciaio stesso. Così facendo sarà possibile stimare la
velocità di scorrimento verso valle della massa glaciale, alle
diverse quote. Per effettuare il rilievo delle geometrie del
ghiacciaio Changri Nup, dopo i primi giorni di permanenza in
piramide, verrà attrezzato, a quota 5500 metri e a circa 5 ore
di marcia dalla piramide, un campo avanzato in prossimità delle
fronte del ghiaccaio stesso, all'interno di una valle laterale
del Khumbu. Il campo sarà costituito da alcune tende d'alta
quota e da una apparato di pannelli solari per garantire l'alimentazione
delle batterie della strumentazione; i ricercatori potranno
inoltre contare su un telefono satellitare (gentilmente messo
a disposizione da Telenor e Sartelco Sistemi) collegato con
(tramite un modem) ad un computer portatile, con il quale potranno
rimanere in contatto via posta elettronica con l'Italia ed in
particolare con il Giornale di Brescia, aggiornando anche i
contenuti del sito INTERNET della spedizione attivato presso
la Facoltà di Ingegneria dell'Università degli Studi di Brescia.
Il lavoro al campo avanzato avrà una durata di circa 10 giorni,
al termine dei quali la spedizione ritornerà alla piramide prima
di riprendere la via verso valle. Dopo un mese di permanenza
tra le zone più alte della terra per il 17 ottobre è previsto
il ritorno in Italia. Il sito INTERNET conterrà, oltre agli
aggiornamenti effettuati via satellite dal campo avanzato, una
sintetica descrizione delle esperienze scientifiche sull'arco
alpino che hanno preceduto questo studio. Nel corso del 1997
i membri della spedizione hanno infatti effettuato delle esperienze
di rilevamento topografico del Ghiacciaio dello Scalino situato
in Val Malenco. Per tale Ghiacciao sono disponibili i dati del
monitoraggio effettuato da anni dal Prof. Giacomo Casartelli
con metodi tradizionali di misurazione delle variazioni della
coltre nevosa grazie a paline posizionate nel ghiacciaio stesso.
Ciò ben si presta ad un confronto tra le metodologie tradizionali
e i nuovi approcci di monitoraggio con GPS e fotogrammetria.
Oltre all'uso della tecnologia di posizionamento satellitare
che verrà utilizzata anche in Himalaya, per il ghiacciao dello
Scalino si è sperimentato l'uso della fotografia metrica per
la ricostruzione delle geometrie del ghiacciaio. Effettuando
le foto "prese fotogrammetriche" da angoli di vista
diversi, con macchine fotografiche per le quali sia possibile
correggere le distorsioni dell'immagine impressa sulla pellicola
causate dalle ottiche della camera, è possibile applicare i
metodi fotogrammetrici per calcolare la posizione della linea
di equilibrio, cioè il confine tra ghiaccio e superficie ricoperta
da neve, le variazioni di posizione della fronte e di estensione
del ghiacciaio stesso. Le difficoltà logistiche in Himalaya
hanno fatto scartare per il momento l'ipotesi dell'uso della
fotogrammetria da terra, lasciando invece aperta per gli anni
futuri l'ipotesi di utilizzare immagini da satellite per il
monitoraggio di zone così remote e geograficamente estese. I
nuovi satelliti denominati "ad alta risoluzione",
di cui è prossima la messa in orbita, permetteranno infatti
di indagare la superficie terrestre con immagini aventi una
risoluzione a terra di 1-2 metri, permettendo l'impiego di queste
immagini non solo per analisi dei tematismi del territorio ma
anche di quantità geometriche come l'estensione e le variazioni
geometriche dei ghiacciai stessi. Come detto in apertura gli
spunti di studio legati ad una spedizione scientifica di questo
tipo sono molteplici e per aiutare i lettori ad avvicinarsi
alle problematiche connesse alla Glaciologia e alle nuove tecnologie
di rilevamento del territorio, sul Giornale di Brescia appariranno
degli articoli di esperti del settore. Il Prof. Claudio Smiraglia,
docente presso il dipartimento di Scienze della Terra dell'
Università degli Studi di Milano e Presidente del Comitato Scientifico
del CAI, introdurrà i lettori alla problematica del ritiro dei
ghiacciai e ai quesiti che questo fenomeno desta per l'arco
alpino e nelle zone himalayane. L'Ing. Giorgio Vassena, ricercatore
all'Università di Brescia, gli ingegneri Matteo Sgrenzaroli
e Gaetano Carcano, ricercatori presso il Centro Comune di Ricerca
di Ispra, approfondiranno la descrizione delle operazioni di
rilevamento topografico, coordinate dall'Università di Brescia,
e introdurranno inoltre alla tecnologia per misure di precisione
con GPS. Il Professore Giovanmaria Lechi , docente di Telerilevamento
presso il Dipartimento di Ingegneria Idraulica, Ambientale e
del Rilevamento del Politecnico di Milano, descriverà il telerilevamento
da satellite nelle sue possibili applicazioni nel monitoraggio
dei ghiacciai alpini e nelle zone più remote del pianeta. Il
Prof. Giorgio Poretti, dell'Universita di Trieste e il Prof.
Marchesini dell'Università di Udine descriveranno le entusiasmanti
esperienze di misurazione della quota dei monti Everest e K2
effettuate rispettivamente nel 1992 e nel 1996. A tutt'oggi
la spedizione italiana è internazionalmente l'unica a essere
stata in grado di posizionare un ricevitore GPS sulla sommità
del monte Everest e dunque ad averne stimato la quota con l'ottima
accuratezza di circa 60 centimetri. L'ing. Bruno Micheletti,
ideatore e progettista bresciano del laboratorio-osservatorio
piramide del progetto CNR-EV-K2, ci descriverà com'è nata l'idea
di questa struttura in alta quota e di quali sono stati i problemi
di progettazione, trasporto e montaggio. Il telefono satellitare
(Telenor-Sartelco) in dotazione alla spedizione dovrebbe inoltre
permettere di mantenere i collegamenti tra la spedizione dell'Università
di Brescia e i lettori del Giornale, che come parziale sponsor
ha contribuito a permettere la realizzazione di questa impresa. |
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| 2°
- DALLE ALPI ALL'HIMALAYA. UNA TERRA SENZA GHIACCIAI ? |
| Autore: Claudio Smiraglia |
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A tutti gli appassionati di alta montagna
che durante l'estate 1998 hanno percorso itinerari sulle Alpi
non sarà certo sfuggita la situazione di intensa riduzione delle
colate glaciali. Alte temperature estive, che hanno fatto seguito
ad un inverno poco nevoso, hanno provocato diminuzioni di spessore
che nelle giornate più calde sono arrivate ai 10 cm ed arretramenti
delle fronti valutabili in alcune decine di metri. Il fenomeno
ha interessato praticamente tutti i ghiacciai delle Alpi Italiane
e della Lombardia, compresi quelli della provincia di Brescia,
come l'Adamello, dove il limite delle nevi, la linea cioè che
separa in un ghiacciaio la zona di fusione dalla zona di accumulo
nevoso, era collocata a fine agosto a quote superiori ai 3500
m e in molti casi non era individuabile. Ciò vuole quindi dire
che il ghiacciaio è totalmente privo di neve residua dell'inverno
precedente e che praticamente non ha più alimentazione. Il fenomeno
osservato si inserisce nella fase di intenso regresso glaciale
a livello mondiale che ha preso avvio verso la metà del secolo
scorso dopo la conclusione della Piccola Età Glaciale. Il regresso
si è però incrementato negli ultimi due decenni, il che ha fatto
pensare ad un possibile intervento antropico come causa (o concausa)
dell'aumento recente della temperatura, cui va sostanzialmente
attribuita la fase di deglaciazione attuale. Si tratta dell'incremento
della concentrazione dell'anidride carbonica nell'atmosfera,
dovuta principalmente all'utilizzo di combustibili fossili,
come carbone e petrolio. I ghiacciai reagiscono dunque ad una
variazione anche minima del sistema ambientale (si pensi che
un incremento della temperatura media estiva di un grado può
ridurre del 50% la superficie totale delle masse glaciali !)
e costituiscono quindi un elemento fondamentale per il monitoraggio
delle variazioni climatiche. I ghiacciai tendono infatti a porsi
in equilibrio con i fattori climatici (in particolare temperatura
e precipitazioni), modificando la propria geometria (spessore
e superficie). Un incremento della temperatura, ad esempio,
provocherà una riduzione areale e volumetrica del ghiacciaio,
che porterà la propria lingua a quote superiori, dove le temperature
più basse consentiranno il mantenimento della massa glaciale.
Tenendo conto delle dimensioni dei ghiacciai italiani (in particolar
modo gli spessori) e delle riduzioni misurate in questi ultimi
anni (anche due-tre metri di spessore fuso per i ghiacciai posti
a quote più basse), si è valutato che la loro sopravvivenza
si riduce ormai a qualche decennio. Se la tendenza del clima
attuale non mostrerà sensibili variazioni, si stima infatti
che entro la metà del secolo XXI, la maggior parte dei ghiacciai
italiani si estinguerà. Il fenomeno di per sé potrebbe non essere
preoccupante ed è sicuramente già avvenuto svariate volte nella
storia anche recente del nostro pianeta. Il pensare alle Alpi
senza ghiacciai non può tuttavia che causare qualche turbamento
in chi ama e frequenta questa straordinaria catena montuosa.
Gli effetti pratici, in particolar modo sul turismo di alta
quota, sull'alimentazione dei bacini idroelettrici, sull'irrigazione,
cominciano già a farsi sentire. Per quanto riguarda, ad esempio,
l'alpinismo e l'escursionismo, la riduzione di spessore dei
ghiacciai e la diminuzione della superficie dei bacini di accumulo
nevoso, hanno sicuramente ampliato la difficoltà e la pericolosità
di numerosi itinerari. Molte "vie normali" che qualche
decennio fa potevano essere percorse senza particolari pericoli,
oggi, specialmente in stagione avanzata, offrono difficoltà
sensibili; è il caso, ad esempio, del Gran Paradiso, dove affiorano
pericolose e ripide placche di ghiaccio vivo; del Monte Rosa,
dove, dietro il Rifugio Gnifetti, i crepacci formano una ragnatela
quasi inestricabile; dell'Adamello, dove anche la salita al
rifugio della Lobbia, può presentare qualche pericolo oggettivo.
Senza dire poi che molte delle classiche pareti nord a metà
agosto sono prive di neve e mostrano roccioni affioranti sempre
più vasti, come la nord del S. Matteo. L'alpinista e il semplice
appassionato di montagna devono dunque adeguarsi, modificare
la loro mentalità e i loro ritmi di fronte a questo succedersi
di eventi naturali, che modificano in modo sensibile e avvertibile
anche a livello di una generazione il loro "terreno di
gioco". Di fronte a questi fatti scaturisce inevitabile
una serie di interrogativi, in particolar modo sulla loro estensione
areale: sono fenomeni locali, riguardano ad esempio solo un
settore delle Alpi oppure tutte le Alpi oppure anche altre catene
montuose? È chiaro che la risposta che ne deriva, potrebbe modificare
sensibilmente il nostro atteggiamento non solo di frequentatori
della montagna, ma anche di utilizzatori delle risorse naturali
e di gruppi umani che si avviano al XXI secolo. La constatazione
della diffusione ubiquitaria del regresso glaciale potrebbe
infatti far pensare ad un fenomeno globale di riscaldamento
della nostra atmosfera, ad una diffusione in aree remote di
inquinanti, di gas serra, di un impatto antropico diretto o
indiretto ormai esteso oltre ogni confine terrestre. Da queste
riflessioni deriva l'interesse della ricerca scientifica attuale
per i confronti fra le diverse zone glacializzate. Ormai da
tempo anche nel nostro Paese si sta operando in aree remote
come l'Antartide. Sono tuttavia le grandi catene asiatiche,
come l'Himalaya e il Karakorum, a presentare da questo punto
di vista molteplici elementi di interesse per una ricerca scientifica
in campo glaciologico che si ponga l'obiettivo di verificare
lo stato del glacialismo nelle catene montuose extralpine. I
ghiacciai delle aree polari non solo presentano dimensioni gigantesche,
non comparabili con quelli delle zone temperate e tropicali,
ma sono costituiti da ghiaccio che dal punto di vista fisico
è molto diverso da quello alpino (si tratta di ghiaccio "freddo",
con temperatura cioè sempre al di sotto del punto di fusione);
ne deriva che gli effetti di un eventuale riscaldamento dell'atmosfera
sono avvertibili in questi ghiacciai solo dopo tempi di risposta
molto lunghi, dell'ordine di centinaia o addirittura migliaia
di anni. I ghiacciai himalayani, pur tenendo conto delle quote
elevatissime raggiunte da quelle montagne (vi si raccolgono
tutte le cime della terra superiori agli 8000 m), possono invece
costituire un utile e interessante termine di paragone. Partendo
da queste considerazioni, alcuni studiosi italiani da qualche
anno si sono diretti verso gli apparati glaciali dell'Himalaya
e del Karakorum, seguendo la traccia del maestro di questi studi,
il prof. Ardito Desio, che dalla vetta dei suoi 101 anni felicemente
portati, è ancora prodigo di consigli per i giovani ricercatori.
Lo stesso Desio fu l'ideatore del Laboratorio-Piramide che sorge
a 5050 m ai piedi dell'Everest. Anche quest'anno un gruppo di
studiosi italiani nell'ambito del Programma di Ricerca Ev-K2-CNR
si dirigerà verso queste montagne. Lo scopo principale è la
verifica delle "condizioni di salute" di alcuni dei
ghiacciai situati ai piedi dell'Everest, in particolare il Changri
Nup, che confluisce da destra nella più grande colata del Ghiacciaio
Khumbu. Si tratta quindi di valutare le variazioni areali, di
spessore, di volume, di confrontarle con i dati climatici dell'ultimo
mezzo secolo. Si utilizzeranno sofisticati strumenti topografici
che, anche con l'ausilio di satelliti orbitanti nell' atmosfera,
permetteranno la restituzione di carte accurate a grande scala
dei ghiacciai oggetto della ricerca. Il confronto, effettuato
con metodologie informatiche, con la cartografia preesistente
permetterà di determinare insomma se anche in questa zona dell'Himalaya,
come avviene sulle Alpi, è in atto il disfacimento delle colate
glaciali. Altro tema di interesse e di confronto fra le due
catene montuose è il comportamento e l'evoluzione dei ghiacciai
nella presente fase di regresso. Gli appassionati di montagna
avranno notato come le superfici dei ghiacciai alpini in questi
ultimi anni siano divenute più "nere", abbiano cioè
aumentato la loro copertura detritica. In Himalaya i ghiacciai
più diffusi sono proprio quelli "neri", i cosiddetti
"debris covered glaciers", la cui lingua è totalmente
ricoperta di un mantello di pietrame (ricordiamo che sulle Alpi
queste strutture sono piuttosto rare; un esempio nel gruppo
dell'Adamello è costituito dal ghiacciaio del Venerocolo). Il
detrito riduce la fusione del ghiaccio sottostante, modifica
gli scambi energetici fra atmosfera e criosfera, in altre parole
rappresenta una sorta di autodifesa del ghiacciaio di fronte
all'incremento termico. Come avviene questa autodifesa, quali
sono gli spessori di detrito che possono permettere la sopravvivenza
del ghiacciaio, da dove deriva il detrito, quali sono i tempi
richiesti per attuare una copertura completa, quali sono gli
incrementi termici sopportabili con i vari spessori di detrito,
quale sarà in ogni caso il destino di queste colate glaciali?
Sono queste alcune delle domande a cui i ricercatori italiani
che partiranno fra pochi giorni per l'Himalaya cercheranno di
dare risposte e di fornire informazioni anche ai lettori bresciani
quasi in tempo reale. L'auspicio è che il loro lavoro porti
ad una migliore conoscenza delle condizioni attuali di quel
fenomeno naturale straordinario rappresentato dai ghiacciai
e suggerisca una riflessione su un approccio meno distruttivo
con l'ambiente naturale, di cui noi stessi siamo inevitabilmente
una parte, ricordiamolo, non indispensabile. |
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| 3°
- MONTE EVEREST E K2: QUAL E' LA CIMA PIU' ALTA DEL MONDO
? |
| Autore: Giorgio Porretti |
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Qual'è la montagna più alta del mondo?
A questa domanda si risponde facilmente: il Monte Everest nella
catena himalayana. Questa convinzione venne smentita dal clamoroso
annuncio che l'astronomo Prof. George Wallerstain fece l'8 maggio
1987, affermando che il K2 superava di 11 m il Monte Everest
secondo alcune misure effettuate con uno degli apparecchi più
moderni che utilizzano i segnali emessi da alcuni satelliti
artificiali. Il Prof. Ardito Desio, che aveva condotto nel 1954
la spedizione Italiana per la prima ascensione del K2, si mobilitò
per organizzare una spedizione scientifica che verificasse questa
nuova ipotesi sulle quote dei due giganti himalayani. Per quanto
riguarda l'esecuzione delle misure si ricorse ad apparecchiature
di una generazione più recente di quelle impiegate da Wallerstein,
note con la sigla GPS (Global Positioning System). La nuova
tecnologia GPS si basa sul segnale trasmesso a terra da una
costellazione di satelliti che descrivono orbite a circa 20000
Km dalla terra e ricevuto dagli utenti grazie opportune antenne
riceventi. Grazie al segnale ricevuto contemporaneamente da
almeno 4 satelliti è possibile risalire alla propria posizione
in modo molto più veloce e accurato rispetto ai metodi tradizionali.
Le misurazione della quota dell'Everest e del K2 vennero effettuate
in due fasi distinte: in una prima fase vennero valutate le
posizioni dei relativi campi basi con l'uso dei GPS in una seconda
fase, collimando la cima da punti diversi con un teodolite e
misurando le distanze tra i punti di osservazione, venne valutata
la quota della cima. Partita per Khatmandu il 19 luglio 1987
la spedizione italiana riuscì ad effettuare la misura delle
due cime in un mese sotto la guida del Prof. Alessandro Caporali
e attestò all'Everest la quota di 8872 metri più o meno 20/24
metri maggiore di quella ritenuta anteriormente, e al K2 la
quota di 8616 metri più o meno 7metri. Molto tempo era passato
da quando nel 1818 il geografo prussiano Alexander von Humboldt
riportava sulla famosa rivista Annales de Chemie et de Physique
i risultati delle prime misure inglesi delle montagne della
catena himalayana A quell'epoca si pensava che la vetta più
alta fosse il Dhaulagiri oggi incluso nel numero delle 14 montagne
che superano gli ottomila metri di quota. Per ottenere valori
numerici affidabili delle altezze mancavano delle basi certe
di riferimento, cioè punti in valle di altezza nota dai quali
effettuare le misure Per quotare queste basi lontane migliaia
di chilometri .dal mare, quota zero di riferimento, si utilizzavano
allora barometri pesanti, fragili e soggetti alle variazioni
meteorologiche. Solo nel ventennio successivo vennero stabilite
basi trigonometriche certe quando, cioè, William Lambton e George
Everest arrivarono alle falde dell'Himalaya con le misure del
Grande Arco Trigonometrico dell'India. Durante tale campagna
di misura vennero individuati il Kanchenjunga (il terzo ottomila
in ordine di altezza) e il Picco XV (più tardi chiamato Monte
Everest) la quota del quale venne approssimata a 8840metri.
La ricerca del Survey of India, l'ente Indiano per la Cartografia
e la Topografia fondato da Lambton, continuò le sue misure verso
ovest, dove la catena forma un arco convesso e prende il nome
di Karakorum.
I topografi britannici, da Srinagar puntarono verso nord-est
attraverso il massiccio del Nanga Parbat, e raggiunsero la piana
di Skardu, alla confluenza tra l'Indo e lo Shigar che discendeva
dai grandi ghiacciai che si protendono verso la valle di Hunza
da una parte e verso il passo Karakoram dall'altra. Da Skardu
proseguirono risalendo la valle dell'Indo e dalle alture che
si estendevano verso Khapalu individuarono un gruppo di montagne
di altezza eccezionale e nomi sconosciuti, fuori da qualunque
percorso carovaniero. Il colonnello Montgomerie, all'epoca massima
autorità britannica nell'India Nord Occidentale (ora Pakistan),
ordinò che venissero effettuate delle misure verso quei picchi
di nome ignoto che furono indicati con sigle numeriche precedute
dalla lettera K per indicare la catena del Karakorum alla quale
essi appartenevano. Ben presto egli si rese conto che 4 di esse
superavano gli 8000 metri e 20 i 7500 metri. Negli inverni degli
anni 1857-59 vennero effettuate le misure angolari verso quelle
montagne da 9 punti situati ad un'altezza media di 5000 metri
ed a distanze comprese tra i 95 ed i 221 chilometri. La più
alta di esse, identificata con la sigla K2, si poneva al secondo
posto tra le montagne più alte del mondo arrivando a 8611metri
di quota. (5 metri di meno rispetto alla misura ottenuta nel
1987 dal Caporali). Le misure effettuate nel 1987 da Caporali
avevano fatto capire che un miglioramnto nelle misure poteva
avvenire potendo avvicinarsi sempre più alle zone da cui la
cima fosse visibile e conoscendo con precisione la posizione
di questi punti di osservazione. Rispetto al passato, un notevole
passo avanti delle misure topografiche era stato fatto con l'introduzione
dei ricevitori satellitari e dei distanziometri a raggio laser
per misurare le linee di base e cioè le basi dei triangoli dai
cui vertici viene traguardata la cima. Ma risultati decisamente
migliori si potevano ottenere soltanto mediante la installazione
di strumenti sulla vetta. Questo implicava la collaborazione
di una spedizione alpinistica e degli scalatori che fossero
anche dei tecnici in grado di trasportare, installare ed avviare
il materiale scientifico. Il perfezionamento della tecnologia
GPS aveva portato, nel frattempo, alla costruzione di strumenti
sempre più leggeri, precisi ed affidabili. Il 29 settembre 1992
il gruppo di ricercatori italiani del Progetto Ev-K2-CNR appostati
sul lato destro del ghiacciaio del Khumbu, in territorio nepalese,
e un gruppo di topografi cinesi in territorio tibetano nei pressi
del Monastero di Rongbuck hanno effettuarono una nuova misura
del Monte Everest facendo uso della strumentazione topografica
tecnologicamente più avanzata disponibile. Gli strumenti necessari
per la misura vennero portati in vetta dagli alpinisti della
spedizione italiana Everest 92 guidata dagli scalatori Agostino
da Polenza di Bergamo e Benoit Chamoux di Chamonix in Savoia.
Il risultato della misura sulla superficie rocciosa, 8846.10
± 0.39 metri, venne comunicato dal Prof. Ardito Desio al termine
delle complesse elaborazioni effettuate indipendentemente da
ricercatori Italiani guidati dai Prof. Poretti e Marchesini
dell'Università di Trieste, e dai topografi dell'Ente cinese
per la Cartografia. Dopo la rete GPS del Nepal e la misura dell'Everest
con le nuove tecnologie, era necessario riprendere l'attività
di ricerca nella zona del K2 per avere un interessante confronto
sui movimenti crostali di due zone della stessa catena distanti
migliaia di chilometri. L'occasione avvenne inaspettatamente
nel dicembre 1995 quando gli alpinisti del gruppo "Ragni
di Lecco" decisero di scalare il K2 e si offrirono di portare
in vetta la strumentazione necessaria per la misura. La strumentazione
impiegata fu analoga a quella già sperimentata per la misura
dell'Everest, con qualche piccola variante dovuta al perfezionamento
di alcuni strumenti frutto dell'esperienza precedente e alla
migliore efficienza del distanziometro Leica DI 3000S che permise
di ridurre il numero dei prismi riflettenti da portare in vetta
da tre a uno. Il 29 luglio 1996 quattro scalatori del gruppo
dei Ragni raggiunsero la vetta del K2 eressero il treppiede
con i prismi riflettenti e la mira ottica per le misure dal
Campo Base. Purtroppo un grave incidente occorso ad uno degli
scalatori durante la discesa non permise di portare in vetta
il GPS come inizialmente previsto. La rimisurazione del K2 comunque
portò un nuovo valore per la quota della montagna: 8614.27m
dalla roccia sommitale e 8616,49 metri dalla coltre nevosa.
La misura venne effettuata in collaborazione con due topografi
del Politecnico di Bochum (Germania) , Marco Eckart e Bernt
Kettling, che si interessarono principalmente dei movimenti
del ghiacciaio Godwin Austen sul quale poggiava il Campo Base
del K2.
Lo schema per il calcolo dello spostamento del ghiacciaio prevedeva
due punti sulla roccia ferma e due sulla superficie mobile.
Altri punti vennero individuati sul lato sinistro del ghiacciaio
per le misure fotogrammetriche. I movimenti del ghiacciaio Godwin
Austen vennero osservati con tre metodi: quello topografico
tradizionale, quello fotogrammetrico o quello geodetico satellitare.
La elaborazione topografica e quella dei dati GPS diedero dei
risultati molto vicini evidenziando, nel periodo in esame, uno
scorrimento verso valle di 25-30 cm al giorno mentre la variazione
di quota fu del tutto trascurabile. Un ruolo fondamentale in
questo progetto venne svolto dal prof. F. A. Shams della University
of Punjab a Lahore. Vecchio amico del Professor Desio, egli
riuscì ad ottenere l'autorizzazione all'uso di ricevitori GPS
sul ghiacciaio Baltoro considerata zona di interesse militare.
A Rawalpindi si unirono alla spedizione anche due ricercatori
del Geological Survey of Pakistan il cui attuale Direttore Generale,
Mohammad Ali Mirza, era stato in Italia nel 1978 nell'ambito
del progetto di sismica profonda del CNR. La collaborazione
Pakistana fu di grande importanza per collegare il Campo Base
con il più vicino punto della rete topografica del Pakistan
che si trova a 90 km di distanza sulla rocca di Skardu. Questo
collegamento venne effettuato con una sessione di 30 ore di
misurazioni con GPS.
Dopo 170 anni i problemi nella determinazione della quota delle
montagne dell'India sono rimasti essenzialmente gli stessi seppure
con qualche ovvia modifica per merito della precisione degli
strumenti moderni e della vicinanza tra i punti di base e la
vetta. La differenza dell'ultima misura del K2 è dunque di 3,26
metri rispetto a quella del Survey of India del 1859 e di -1.73
metri rispetto a quella di Caporali e Desio del 1987. Per quanto
riguarda l'Everest le differenze di quota sono di 6,10metri
rispetto alla misura del 1849, di 1,90 metri rispetto alla misura
degli anni 1954-75, e di - 25,9 metri rispetto a quella speditiva
di Caporali e Desio del 1987. Se si vuole fare un confronto
critico tra le due misure più recenti, bisogna tenere conto
dei valori calcolati con riferimento alla superficie nevosa
e delle imprecisioni nelle misure precedenti dovute alla deflessione
della verticale e al coefficiente di rifrazione dell'atmosfera.
E' noto che il Karakorum sia in fase di lento sollevamento e
che lo stesso stia accadendo per la zona dell'Everest. Allo
stato attuale delle conoscenze scientifiche, le variazioni sia
orizzontali che verticali delle cime himalayane non sono note
con precisione. Se le zone del K2 e del Nanga Parbat si sollevano
più rapidamente dell'Everest lo si saprà solamente dopo aver
osservato per alcuni anni una rete geodetica in quella zona
importante anche economicamente sia per il collegamento stradale
tra pianura Indiana e Tibet che per la ipotizzata costruzione
di una nuova diga sul medio corso del fiume Indo. |
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| 4°
- LE MODERNE TECNOLOGIE DI POSIZIONAMENTO SATELLITARE FINALIZZATE
AL RILEVAMENTO DEI GHIACCIAI HIMALAYANI. |
| Autori: Gaetano Carcano, Matteo
Sgrenzaroli, Giorgio Vassena |
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E' nel luglio 1998 presso l'accogliente
Rifugio Bignami, ai piedi delle stupende masse glaciali che
dalle cime del gruppo del Bernina scendono a sud verso la Val
Malenco, che per la prima volta, durante uno dei periodici incontri
del Comitato Glaciologico del Club Alpino Italiano (CAI), incontriamo
tutti insieme il Prof. Claudio Smiraglia, presidente del Comitato
Scientifico del Club Alpino Italiano. Alcuni di noi già da tempo
collaboravano saltuariamente con le attività del Comitato Glaciologico,
mettendo a disposizione il proprio tempo libero e le proprie
capacità alpinistiche per le rilevazioni glaciologiche su diversi
ghiacciai alpini. In questa occasione però, per la prima volta,
nel colloquio con il Prof. Smiraglia si mette a tema anche come
le nostre capacità professionali nel campo del rilievo topografico-fotogrammetrico
e da satellite (remote sensing) possano essere efficacemente
impiegate in questo settore di ricerca. E' così che si decide
di attivare al più presto una serie di iniziative di sperimentazione
pratica di rilevamento moderno, su un'area test, il ghiacciaio
del Pizzo Scalino. Ci ritroviamo dunque, dopo qualche mese,
su cima Fontana, di fronte al ghiacciaio del Pizzo Scalino,
con la strumentazione topografica e fotogrammetrica al seguito,
con l'obiettivo di definire delle metodologie rigorose ma allo
tempo stesso speditive e facilmente ripetibili anche da personale
non specializzato, per rilevare le variazioni geometriche di
un ghiacciaio attraverso un approccio fotogrammetrico, dunque
solo tramite fotografie o immagini del ghiacciaio stesso. Le
quantità che si intendono osservare sono l'estensione areale
della superficie coperta da ghiaccio, gli spostamenti della
posizione della fronte, la determinazione della posizione della
linea di separazione tra nevato e ghiaccio vivo (linea di equilibrio),
la stima della velocità di scorrimento. Da un punto di vista
metodologico l'approccio più efficace per la determinazione
di queste grandezze sarebbe l'elaborazione di foto aeree ottenute
con voli dedicati e con camere utilizzate usualmente per fini
cartografici, insomma un vero e proprio rilievo aerofotogrammetrico.
Purtroppo le limitate risorse economiche a disposizione limitano
l'impiego di questo approccio solo a casi sporadici ed unicamente
sulle masse glaciali di maggior interesse. Una valida alternativa
ai voli aerofotogrammetrici potrebbe venire nei prossimi anni
dall'utilizzo delle immagini acquisite dai nuovi satelliti ad
alta risoluzione per il telerilevamento di cui è prevista la
messa in orbita a breve. Questi satelliti saranno in grado di
fornire a tutti gli utenti, tramite modalità di scelta dell'immagine
e acquisto via INTERNET, immagini della superficie terrestre
con risoluzione dell'ordine di pochi metri e dunque, in campo
glaciologico, dovrebbero permettere di definire i contorni dei
ghiacciai con precisioni dell'ordine di qualche decina di centimentri.
Purtroppo uno di questi satelliti, Earlybird della americana
Earthwatch (risoluzione a terra di 3 metri in pancromatico),
posto in orbita nel corso di quest'anno, è stato "perso"
dalle stazioni di controllo a terra e dunque le sue immagini
non potranno essere utilizzate, come previsto in precedenza,
per lo studio del ghiacciaio Himalayano Changri Nup. Le metodologie
per la determinazione delle variazioni geometriche dei ghiacciai
sono effettuate generalmente seguendo approcci molto diversi
a seconda delle competenze dei singoli glaciologi in campo topografico
e a seconda della "tradizione" di misura applicata
in ogni specifico ghiacciaio. L'utilizzo dei moderni teodoliti
elettronici (chiamati in topografia Stazioni Totali) in cui
è integrato un distanziometro, può fornire dei buoni risultati
in termini di precisione della misura di alcuni particolari
dei ghiacciai, in particolare dell'avanzamento o arretramento
delle fronti. Tale strumentazione è però di difficile utilizzo
per il rilievo delle estese e corrugate superfici dei ghiacciai.
La stazione totale richiede infatti che il punto misurato sia
visibile dal punto di stazione dello strumento, la qual cosa
è spesso di difficile attuazione. Si è dunque sperimentato l'utilizzo
della moderna strumentazione di posizionamento satellitare GPS
(Global Positioning System) che può in parte risolvere i problemi
prima citati. Ma cosa e' il sistema GPS, di cui oggi si sente
tanto parlare? Il sistema GPS, Global Positioning System, e'
un sistema che permette di posizionare un punto in qualsiasi
parte del globo, con qualsiasi condizioni metereologica e in
qualsiasi luogo, elaborando il segnale proveniente da una costellazione
di satelliti. Nato come primo prototipo gia'durante la guerra
del Vietnam ad opera dell'esercito americano, al fine di rispondere
all'esigenza militari di un sistema che permettesse agli utenti
militari di determinare la propria posizione con buona precisione
e senza essere individuati dal nemico. A tal fine il sistema
GPS si basa su antenne in grado di ricevere segnali da satellite,
senza la necessità di dover emettere a sua volta alcun tipo
di segnale; tale sistema e' stato reso disponibile per usi civili
a partire dagli anni '80 ed ora è di vastissimo impiego. Il
primo prototipo di questo sistema di posizionamento, chiamato
TRANSIT, era basato su una costellazione di satelliti posta
in orbita gia' a partire dal 1960, ma e' risultata poco affidabile.
Il 22 Febbraio del 1978 veniva mandato in orbita il primo satellite
della costellazione GPS e poco tempo dopo il sistema GPS diventava
operativo su tutto il globo. Il sistema GPS e' costituito da
3 distinti componenti definiti "segmenti": il segmento
spaziale, il segmento di controllo ed il segmento utente. Il
segmento spaziale si riferisce alla costellazione di satelliti
e alle informazioni navigazionali ad essa collegate, cioe' alla
loro posizione ad ogni istatante. La costellazione attuale e'
composta da 24 satelliti utilizzabili ed e' studiata in maniera
tale che in ogni posizione sulla terra siano visibili almeno
4 satelliti contemporaneamente. Il segmento di controllo e'
costituito da tutte quelle stazioni a terra che seguono e controllano
di continuo la posizione dei satelliti. Questo viene effettuato
tramite opportuni strumenti a puntamento laser; in questo modo
l'informazione che il satellite trasmette al ricevitore riguardo
la propria posizione puo' essere continuamente aggiornata ottenendo
una stima della propria posizione accurata. La stazione di controllo
principale e' situata nella base dell'aviazione americana di
Falcon in Colorado. Le altre stazioni di controllo sono sparse
in tutto il globo. Il segmento utente e' costituito essenzialmente
dall'utilizzatore con il proprio o i propri apparati di ricezionne,
il quale per utilizzare il segnale satellitare non deve pagare
alcun abbonamento, ma unicamente provvedere all'acquisto degli
strumenti stessi. Il posizionamento di un punto mediante il
sistema GPS e' possibile grazie all'elaborazione del segnale
proveniente dal satellite che prevede la stima della distanza
tra il punto di osservazione e almeno 4 satelliti della costellazione
GPS. L'utente del sistema GPS tramite un'antenna e un ricevitore
(spesso uniti in un unico strumento), è dunque in grado di conoscere
la propria posizione nel sistema di coordinate preferito. Il
calcolo della posizione può avvenire in tempo reale tramite
la modalità "pseudorange", con precisioni nell'ordine
di 50-100 metri ed è in questo modo che operano gran parte dei
ricevitori "palmari" e di basso costo (da 500-600
mila lire fino a 6-7 milioni). Ciò che differenzia tali ricevitori
di tipo "speditivi" sono diversi parametri tra cui
il numero massimo di satelliti osservabili (numero di canali),
la qualità del trattamento del segnale, la possibilità di registrare
il segnale, la qualità dell'interfaccia utente e il livello
di miniaturizzazione dello strumento. Gli impieghi di tali sistemi
sono molto vari, spaziando dall'impiego nella gestione di flotte
di veicoli commerciali all'impiego nei sistemi di antifurto
per autoveicoli; risultano in generale molto utili per tutte
quelle situazioni in cui è necessario sapere "dove si è",
quindi viaggi d'avventura, posizionamenti di natanti, safari
ma anche piu' semplicemente per trekking nelle montagne di casa
nostra. L'impiego topografico e dunque di precisione del sistema
GPS si basa invece su un trattamento assai più complesso dei
segnali provenienti dal segmento spaziale e sull'utilizzo del
sistema in forma differenziale. Si rinuncia cioè a definire
la posizione dei ricevitori in tempo reale e rispetto ad un
sistema di riferimento assoluto, per fornire i risultati dopo
opportuni trattamenti dati e solo come posizione relativa tra
i diversi ricevitori. In topografia dunque la misura GPS viene
sempre effettuata utilizzando le registrazioni dei segnali satellitari
effettuate contemporanee da diversi ricevitori posizionati nei
punti di cui si desidera determinare la posizione relativa.
In questo modo è possibile determinare con precisioni dell'ordine
di pochi millimetri al chimometro la distanza e l'angolo rispetto
al nord di due punti posti sulla superficie terrestre. La rivoluzione
epocale di tale approccio alle misure topografiche è costituito
dal decadere di uno dei più importanti vincoli sempre esistiti
nel campo del rilevamento e cioè dalla visibilità tra il punto
di stazionamento strumentale e il punto osservato con le ottiche
dello strumento. Misurare la posizione relativa tra punti posti
alle pendici opposte di una montagna di migliaia di metri non
costituisce più un problema ! Se dunque l'impiego dei sistemi
GPS in applicazioni topografiche richiede l'intervento di personale
specializzato e l'uso di strumentazione altamente costosa (si
pensi che un ricevitore "geodetico" in grado di registrare
entrambe le frequenze L1 ed L2 emesse dai satelliti GPS può
costare nell'ordine di 50 milioni di lire), è anche vero che
la produttività di tale approccio è elevatissima, se confrontata
con i metodi di rilevamento topografici classici. Nel marzo
1998 presso il ghiacciaio del Pizzo Scalino, ancora in situazioni
di innevamento invernale, si è dunque provveduto a realizzare
ad una quota superiore ai 3000 metri e con temperature variabili
tra -5 e -15 gradi una campagna di misura con GPS finalizzata
a calcolare la posizione di alcuni punti di controllo dello
stato di innevamento o di ablazione (per il periodo estivo)
del ghiacciaio, da anni studiati dal Prof. Giacomo Casartelli.
Tali misure sono state ripetute nell'agosto 1998, permettendo
dunque ai ricercatori di valutare la variazione dello spessore
del ghiaccio, confrontando la differenze in quota misurata durante
le due campagne di misura. L'interesse per l'evoluzione dei
ghiacciai alpini non può che portare ad interessarsi anche ai
ghiacciai himalayani, che in molti aspetti permettono di osservare,
anche se in scala molto maggiore, quelli che saranno gli effetti
del ritiro anche nei nostri ghiacciai. Nell'aprile 1998 abbiamo
dunque deciso di impegnarci nell'organizzazione di una ricerca
riguardante lo studio di un ghiacciaio himalayano, al fine di
studiarne l'evoluzione nel tempo e per individuare l'approccio
topografico più efficace per il rilievo. Il ghiacciaio scelto
è lo Changri Nup alle pendici del monte Pumori e affluente del
ghiacciaio Khumbu che ha origine nel monte Everest. La scelta
dello Changri Nup è dovuta alla sua posizione in prossimità
della "piramide", il laboratorio di ricerca del CNR
posto in quota lungo una morena del ghiacciaio Khumbu, e al
fatto che il Prof. Claudio Smiraglia già nel periodo compreso
tra il 1994 e il 1997, aveva effettuato ricerche su tale ghiacchiaio,
con prelievi di campioni di neve e ghiaccio e misurazioni topografiche
riguardanti la posizione della fronte "bianca", cioè
non ricoperta da detrito, del ghiacciaio stesso. Lo Changri
Nup sarà rilevato mediante strumentazione GPS (Trimble), cortesemente
avuta in prestito grazie all'interessamento degli ingg. Nardini
e Padovani della sede centrale di Nikon Italia, che gestisce
la rete di vendita e di assistenza di tale strumentazione in
Italia. La spedizione scientifica, denominata "Changri
Nup Glacier Monitoring Expedition", è composta da cinque
membri. Giorgio Vassena, ricercatore presso la Facoltà di Ingegneria
dell'Università degli Studi di Brescia e responsabile delle
misurazioni topografiche, Gaetano Carcano e Matteo Sgrenzaroli
del JRC (Joint Research Center) centro di ricerche comune della
CEE a Ispra, da Giacomo Casartelli del Comitato Glaciologico
del CAI e da Roberto Sgrenzaroli, responsabile logistico della
spedizione. Gli obiettivi della spedizione sono scientificamente
arditi. Si prevede di realizzare ad una quota compressa tra
5000 e 5600 metri, una rete topografica determinata con GPS,
in modo da definire lungo i bordi del ghiacciaio una serie di
vertici in cui le coordinate siano note con elevata precisione
(si pensi che per determinare con preciisone i lati della rete
topografica si prevede di stazionare con il ricevitore GPS per
circa 40 minuti). Le coordinate dei punti saranno valutate a
partire dai vertici impiegati dai Proff. Poretti e Marchesini
per la valutazione della quota del monte Everest. La base di
partenza logistica per queste misurazioni sarà in un primo momento
la piramide di ricerca del CNR ed in seguito un campo avanzato
allestito a quota 5500 metri. Una volta determinate le coordinate
dei vertici della rete definita "principale" per le
elevate caratteristiche di precisione (pochi millimetri) che
la caratterizza, si provvederà ad acquisire delle sezioni trasversali
del ghiacciaio, in modalità RTK dall'inglese Real Time Kinematic
(rilievo in tempo reale in movimento). Si tenterà dunque di
applicare, per la prima volta a queste quote, una modalità di
misurazione GPS che prevede il calcolo delle coordinate dei
punti in cui si trova l'antenna di ricezione, in tempo reale.
Tale modalità prevederà il posizionamento in quota di un'antenna
GPS posizionata su un treppiede topografico, in corrispondenza
di un punto noto della rete "principale", che trasmetterà
nell'etere, mediante un'antenna direzionale e un'apparato di
trasmissione radio opportunamente amplificato (denominato radio-modem),
i dati ricevuti dai satelliti. Altri due operatori si muoveranno
sul ghiacciaio, dotati anch'essi di un'antenna GPS in grado
di ricevere i dati satellitari e di una radio ricevente, in
grado di ricevere i dati trasmessi dall'antenna fissa posta
sul treppiede. Gli operatori in cammino sul ghiacciaio, mediante
l'uso di un opportuno "computer-ricevitore" che elabora
insieme i dati satellitari ricevuti dall'antenna fissa e quelli
ricevuti dall'antenna al seguito dell'operatore, potranno conoscere
ogni 5 secondi la propria posizione con precisione dell'ordine
di pochi centimetri. In questo modo il rilievo di sezioni e
di altri particolari del ghiacciaio diventa rapido e certo nei
risultati, permettendo una veloce verifica della qualità del
lavoro di rilevamento in fase di esecuzione dello stesso. Se
la spedizione sarà in grado di ottenere questi risultati, si
dedicherà anche alla stima della velocità di scorrimento del
ghiacciaio verso valle, posizionando ad intervalli di pochi
giorni i ricevitori di segnali GPS a diverse quote del ghiacciaio
stesso, giungendo fino alla quota massima di 6000 metri. Le
incognite di un così fitto programma di lavoro ad una quota
"estrema" sia per i materiali che per il fisico dei
ricercatori, presenta numerose incognite. Saranno sufficienti
i pannelli solari del campo avanzato a caricare le batterie
della strumentazione (teodolite, GPS, computer portatili, radio,
telefono satellitare) ? Riusciranno i ricercatori ad avere la
lucidità necessaria per non commettere errori nelle eleborazioni
di dati che dovranno essere eseguite la sera nelle tende di
alta quota, alla luce di candele e lampade a gas, dopo una giornata
spesa camminando in alta quota ? Sarà il tempo clemente permettendo
il rispetto del programma delle misure topografiche ? I risultati
scientifici della spedizione potranno permettere di definire
un moderno approccio alla problematica del rilievo dei ghiacciai
himalayani. La spedizione sarà stata inoltre un'occasione per
diffondere anche al grande pubblico, attraverso il Giornale
di Brescia e il sito WEB disponibile in Internet, le problematiche
connesse allo studio dei ghiacciai e alle aggiornate metodologie
di rilevamento topografico. Da parte nostra, componenti della
spedizione, sarà stata l'occasione per rinfrancare un'amicizia
nata qualche anno fa al Politecnico di Milano durante il corso
di Topografia, tra due giovani studenti (Gaetano Carcano e Matteo
Sgrenzaroli) e un giovane laureato dottorando nella materia;
un'amicia nata da un comune interesse per la montagna, il rilevamento
e più in generale per una passione nell'indagare gli aspetti
sempre stupefacenti della realtà che ci circonda. |
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Referente:
Dr. Ing. Giorgio Vassena - Dipartimento di Ingegneria
Civile - Università degli Studi di Brescia
Via Branze, 38 - 25123 Brescia - Tel. 030-3716606
Fax.
030-3715503
e-mail: vassena@ing.unibs.it |
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